image_pdfimage_print

Sonia Lambertini

Frammenti per Strauch

Il bosco fa paura
al camminatore d’asfalto,
nemmeno un passo.
Il bosco è il segreto
che nasconde lo Steinhof,
è il bambino che lì ho perso.
L’infanzia è degli insetti,
mi è sempre piaciuta
questa parola, la leggo
e li vedo saltare sui rami
con le loro zampine magre.

1

Respingimento della natura
dice Strauch, anche il canto
del pettirosso fuori stagione
diventa solitudine.

2

La solitudine
è crudele,
ogni luogo è straniero
come il cerchio
delle braccia del padre.

3

L’intreccio del padre
e della madre,
quello che chiami
amore, per Strauch
è atto criminale.

4

Allo Steinhof
curano la fantasia,
il disordine che vive
al di là del corpo;
forse la cura
è nascosta nel bosco.

5

Spero nella pioggia
nel senso geometrico
che porta in grembo
nel suo cadere senza paura
e sparire, nessuna traccia.

6

La geometria dei corpi solidi
mi spieghi il peso del cuore vuoto
la misura della mancanza
l’invisibile che opprime.

7

L’ombra dell’inverno
e il nero delle tue finestre.
Troppo veloce il buio,
una corsa da fermi.
Il gelo non è per tutti.
Mi hai detto – Se lo vedi, lo capisci.

(Sonia Lambertini – Danzeranno gli insetti. Marco Saya Edizioni. Milano, 2016).

La morte è un’esperienza ineludibile e insieme un’aporia, è qualcosa – paradossalmente – che conosci in un certo qual modo per sentito dire, poiché “hai visto la tua fine / proiettata decine di volte / sul telo bianco degli altri”. Sì, è un gioco d’ombre (anche come fantasmi), di proiezioni (anche in senso cinematografico, quel “telo bianco”), di destini incontrollabili affidati a gesti apotropaici, scaramanzie (“sono nelle mani / del piede destro / quando tocca terra”), è un terrore che ci tiene in vita (“senza la paura non so chi sono”, ripete Lambertini, e del resto, dice Mario Fresa “le parole [di un poeta] giocano, in fondo, sempre e soltanto con la morte”). Sonia, come artista, non rimanda il pensiero, in un certo senso se ne assume la responsabilità, anzi può permettersi di ammonire (“Vorrei dire / a tutti gli umani / con l’aria importante […] che / l’aria sotto terra non c’è / tantomeno gli aggettivi…”), il tempo non aiuta (“Chi ha detto che c’è tempo / è uno sporco bugiardo, una spia”), è effimero e fugace come un fiore di ciliegio, simbolo principe di caducità (“Sul ramo di ciliegio / i fiori hanno il capo bianco / in aprile, ho il veleno in bocca”). L’abitante tipo di questo terrain vague, di questa pre-morte fredda, avrebbe potuto essere (o almeno Lambertini avrebbe voluto che fosse, ci aveva pensato) lo Strauch di Gelo di Thomas Bernhard, citato in una purtroppo troppo breve sezione del libro (Frammenti per Strauch), composta da un “prologo” e sette testi di pochi versi, sintetici e tuttavia molto interessanti. Morte o assenza, dunque, cioè un’altra condizione nella quale la comunicazione è o con un’ombra o senza senso (proprio inteso come direzione verso cui orientarsi). Le ombre possono essere “vecchi figuranti” le cui ossa però molto materialmente scrocchiano, come in una Totentanz barocchetta, una danza macabra che si reitera ogni volta in cui il mondo materiale si specchia con il nulla a venire, perdendo miseramente il confronto; o quelle in cui comunque, come dice Fresa, “si inciampa” ogni giorno, i dubbi, le inquietudini, il “gioco delle parti”. […]

di Giacomo Cerrai. Tratto dal blog Imperfetta Ellisse. http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/840-Sonia-Lambertini-Danzeranno-gli-insetti.html

1 commento

Trackbacks & Pingbacks

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

image_pdfimage_print