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Giorgio Schira

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Nato a Modena nel 1971, Giorgio Schira consegue la laurea in Giurisprudenza, quindi si trasferisce a Cologna, dove a tutt'oggi vive, ama e scrive.

La “scabrosa comparsa”: Judentum, di GIORGIO SCHIRA

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Portrait of German philosopher Martin Heidegger (1889 - 1976), 1958. (Photo by Fred Stein Archive/Archive Photos/Getty Images)

 

La critica di Luisa Naumann al dibattito conseguito alla pubblicazione dei Quaderni Neri di Heidegger ha, pur nella sua asprezza, il merito di richiamare il lettore italiano su alcune delle scelte che hanno guidato la traduzione dell’opera, invitandolo a ripensarle criticamente. Tra tutte, quella di rendere il termine Judentum con «ebraismo»: si tratta – spiega la traduttrice – dell’«unica eccezione» rispetto alla scelta di tradurre le espressioni analoghe Russentum, Slaventum, Chinesentum, Amerikanertum, rispettivamente con “carattere russo”, “carattere slavo”, “carattere cinese”, “carattere americano”. Il termine, ella aggiunge, non è certo di conio heideggeriano, ma, nel secondo volume dei Quaderni, fa «la sua scabrosa comparsa». Già Von Hermann ed Alfieri hanno molto criticato questa scelta, che a loro modo di vedere appare ingiustificata.

Se, in realtà, la scelta di rendere Judentum con “ebraismo” appare, sostanzialmente, corretta, più difficile è capire la ragione per cui il termine dovrebbe ritenersi “scabroso”, in quanto – è questo che presumibilmente la traduttrice vuole dire – connotato in senso antisemita.

Occorrerebbe, certamente, ripercorrere la storia del termine Judentum all’interno della cultura tedesca del XIX secolo – compito difficile, che qui non può essere assolto. Il termine – come hanno scritto Amos Oz e Fania Oz-Salzberger – si afferma soltanto a partire dall’Ottocento, quando l’«accademico» Judentum, ossia un termine astratto, nuovo, viene adottato da quegli studiosi ebrei che, con la nascita nelle università tedesche della Wissenschaft des Judentums, «possono ora unirsi ai loro colleghi – perlopiù protestanti – in questa nuova disciplina». Esso, certamente, acquisterà immediatamente anche il senso dispregiativo che attraversa parte della cultura tedesca dell’Ottocento. Eppure, al fine di valutarne correttamente il senso, occorrerebbe tener presente alcuni punti essenziali. Anzitutto, sussistono differenti sfumature di significato tra espressioni quali Judentum, Judaismus, Hebraismus – e si dovrebbe, allora, capire le ragioni per le quali Heidegger ricorre al primo dei termini; ragioni che vanno ricercate tenendo conto delle diverse tradizioni culturali e filosofiche cui essi rimandano. In secondo luogo, si deve ricordare come Judentum sia un termine di per sé ambiguo – non distinguendo il tedesco, come invece l’inglese, Jewry da Judaism, il cui significato è peraltro spesso determinato mediante il riferimento ad altri termini (neutri collettivi) accanto ai quali compare (Christentum, Deutschtum, etc.). Non si capirebbe, ad esempio, la polemica tra Treitschke e Mommsen, o – diversamente – il senso di Judentum in autori come Cohen o Rosenzweig, se non si tenesse conto di come in esso funzionino le corrispondenze ebraismo-cristianesimo, ebraismo-germanesimo, le quali solo definiscono il significato di Judentum come, di volta in volta, religioso, culturale, razziale, sociale, etc.

Tutte queste “precauzioni” sono, ad esempio, state seguite ed adottate nella lettura di un autore come Marx, rilevando come nelle 35 occorrenze di Judentum nella Questione ebraica il termine non significa sempre allo stesso modo. Laddove esso viene, infatti, inizialmente contrapposto a Christentum, indica l’ebraismo in quanto religione, ma – nel punto in cui il testo marxiano scopre nel giudaismo l’avvenuto dissolvimento del cristianesimo, Judentum perde ogni valenza etnica, religiosa, per indicare invece l’essenza della società civile («Der Jude, der als ein besonderes Glied in der bürgerlichen Gesellschaft steht, ist nur die besondere Erscheinung von dem Judentum der bürgerlichen Gesellschaft»). Né può tacersi del fatto che il termine Judentum ricorre anche nel suo significato secondario di commercio, capitale, denaro (Bottomore. Cfr. anche McLellan, Marx before Marxism, 1970, pp.141-142: «Judentum, the German word for Judaism, had the derivative meaning of “commerce”, and it is this meaning which is uppermost in Marx’s mind throughout the article. “Judaism” has very little religious, and still less racial, content for Marx and it would be little exaggeration to say that this latter part of Marx’s review is an extended pun at Bauer’s expense»).

Da questo punto di vista, il significato di Judentum, nella strategia del testo marxiano, è sottoposto ad un costante slittamento, ad un continuo lavoro di ri-definizione (e dunque di ri-lettura) che, forse, non è stato ancora compiutamente studiato.

Ma ciò che, qui, interessa chiedersi è se considerazioni analoghe non debbano valere anche nel caso di Heidegger. Il problema non è, cioè, se la scelta di tradurre Judentum con “ebraismo” sia legittima (poiché sicuramente lo è), ma se la “comparsa” di questo termine nei “taccuini” abbia realmente qualcosa di scabroso.

Nel secondo libro dei Quaderni neri cui si fa qui riferimento, l’espressione “Das Judentum” ricorre in una serie di passi, che bisognerebbe analizzare singolarmente e nel loro contesto – il che esula, purtroppo, dai compiti del nostro intervento. Possiamo tentare, qui, soltanto alcune riflessioni e considerazioni. Direi che ciò che è stato ritenuto “scabroso”, evidentemente, è il fatto che Heidegger definisca l’ebraismo (o, meglio, “il carattere ebraico”) non in termini religiosi o «razziali», bensì attraverso una serie di concetti (Bodenlosigkeit, Weltlosigkeit, etc.) ripresi dalla sua filosofia. E’ questo che ha contributo a dar luogo ad una serie di “forzature”, quale, ad esempio, quella di Di Cesare, secondo cui per Heidegger «l’ebreo è come la pietra – weltlos. Più che amondano, è im-mondo, impuro perché senza mondo, senza la mondità dell’esistenza. Riaffiora la pietra, metonimia, come in Hegel, della figura filosofica dell’ebreo». Ciò di cui, tuttavia, non si tiene conto è il fatto che, nelle opere di Heidegger, Weltlosigkeit è un termine che ha diverse occorrenze e significati, a prescindere dai quali non è possibile interpretare il passo in questione. Il termine indica, infatti, anche la “povertà del mondo” propria dell’uomo moderno (GA 50, 116, Weltlosigkeit des neuzeitlichen Menschen), e non certo della pietra. E’ la stessa povertà della scienza, come Heidegger scrive in una lettera del 14 agosto 1967:

Per la «mancanza-di-mondo delle mere cose semplicemente presenti», difficilmente si può trovare un termine che sia immediatamente comprensibile. Questo stato di cose è estraneo alla scienza, essa non vede affatto il «mondo» e il «monduale» [Welthafte]. […] A colui, le cui rappresentazioni restano ridotte agli oggetti scientifici in quanto «mondo vero», qualcosa come la «mancanza-di-mondo» [Weltlosigkeit] può venire mostrata tanto poco quanto il colore ai daltonici.

Qui Weltlosigkeit non è più il termine che separa la pietra dall’animale, ma indica l’assenza, la mancanza, la privazione di mondo che è propria del dominio della scienza, dell’epoca della «macchinazione». Non si vede, allora, la ragione per cui il termine non dovrebbe ricorrere, nello stesso senso, anche nel passo riferito all’ “ebraismo” – il quale verrebbe così letto nella stretta corrispondenza che, secondo Heidegger, esso avrebbe con la mentalità scientifica, il razionalismo e lo “spirito” della modernità, in parallelo con le analisi dedicate al cristianesimo, al bolscevismo, ma anche al nazionalsocialismo.

Che Heidegger non intenda affatto, nel passo riportato, paragonare l’ebraismo (Judentum) alla “pietra”, risulta anche considerando che, proprio nei Quaderni neri, Heidegger ripensa criticamente la possibilità di riferire la Weltlosigkeit alla «pietra», ritenendola non più sufficiente (Riflessioni X, §15). Analoga considerazione è presente nei Beiträge, al cui §154 si precisa:

L’oscuramento e l’assenza di mondo (Weltlosigkeit) (Prima in quanto povertà di mondo (Weltarmut)! Fraintendibile. La pietra non è nemmeno senza mondo (Der Stein nicht einmal weltlos) in quanto non ha nemmeno oscuramento (ohne Erdunkelung).

Non c’è nulla che consenta di far ritenere che l’“assenza di mondo” dell’ebraismo sia riferita da Heidegger ad una separazione dell’ebreo dall’umanità dell’uomo (con le difficoltà, inoltre, che tale ultima espressione comporta nel pensiero heideggeriano). Al contrario, il senso complessivo delle riflessioni che nei Quaderni neri sono dedicate all’ebraismo non può che far concludere che Heidegger intenda tracciare una corrispondenza tra il “carattere ebraico” e la modernità, la scienza, la ragione calcolatrice. Certo si tratta di un pregiudizio, di una corrispondenza non giustificata, di una critica all’ebraismo. Ma cosa vi sia di “scabroso”, in questa critica, non è dato capire (né è dato capire perché non sarebbero allora altrettanto “scabrose” le critiche rivolte da Heidegger al cristianesimo).

Certo, si dovrebbero ripercorrere anche tutti gli altri passi e luoghi in cui Heidegger definisce l’ebraismo nei termini già indicati. E questo lavoro può, e forse deve, essere fatto. Ma andrà svolto cercando sempre di capire il senso proprio del pensiero heideggeriano, evitando di “forzare” i testi.

Per ora, a noi pare che Judentum non abbia fatto alcuna “scabrosa comparsa”.

 

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