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Fabio Corigliano

Nessuno sa da dove abbia origine la lealtà

don1I. Chi è il protagonista di Mad Men?

Giunti alla penultima puntata della prima stagione della celebre serie tv[1], la domanda parrebbe dotata di una certa legittimità.

Chi è Don Draper?

Donald Draper è Dick Whitman.

(Nella prima stagione il verbo è dell’equazione avrebbe potuto essere sostituito dalla congiunzione e: Donald Draper e Dick Whitman).

Donald Draper sarebbe tanti altri nomi, tutti i nomi, se solo gli fosse possibile scappare dal presente, dall’opprimente attualità che lo vorrebbe s-mascherare, e quindi intruffolarsi nel futuro, infuturarsi, in uno dei futuri possibili (“la mia vita ha una sola direzione: avanti” dice lo stesso Don in una conversazione precedentemente intrattenuta con il fratello Adam, che porterà nei palazzi di Madison Avenue, non richiesta, l’intimità della vita di Whitman, e ne decreterà, con ciò, la vera morte). Se solo Rachel acconsentisse a fornirgli una nuova maschera, il passaporto per un’altra vita, per una nuova vita, per un nuovo nome – e un’altra famiglia, un’altra casa, un altro lavoro.

Nessun colpo di scena, beninteso. Tutta la vicenda è gestita con grande delicatezza – tutta la storia dei Mad Men è caratterizzata dal garbo con cui le storie vengono narrate. Si tratta solamente di un passaggio, essenziale per avere un quadro (almeno in parte) più completo della figura di Don, per scoprire la sua effigie, per inquadrare il personaggio, ma assolutamente inessenziale per tutti coloro che lo circondano. Inessenziale per il rapporto che si è venuto a creare, pubblicamente, tra Don e il nome di Don.

Ma il nome non conta.

O meglio, conta per il solo personaggio-Don, per entrare a fondo nella sua intimità, non per ciò che accade a Don nella sua vita pubblica. O, ancora meglio: in un primo momento Don vorrebbe che il nome (e le inquietudini ad esso legate) pesassero nella sua vita sociale, tanto da proporre a Rachel, senza fornire ulteriori spiegazioni, di scappare per rinunciare anche a quel nome, per iniziare a vivere sotto altro nome, sotto altra legge, ma Rachel gli fa scoprire l’importanza di trattenere nell’intimità, nella coscienza, tutto il travaglio legato al nome. Perché quel travaglio potrebbe essere pericoloso. Potrebbe mettere a repentaglio la legge che rende ordinata la vita degli uomini.

II. “A chi importa?”.

A chi può realmente importare quale sia il vero nome di Don Draper? Nel breve resoconto che Pete Campbell decide di presentare a Cooper per denunciare il comportamento fraudolento del suo capo (“forse un disertore”), dopo aver curiosato nella posta personale di Don Draper (dopo averne violato la corrispondenza – quindi dopo aver violato una legge per stabilirne un’altra, quella della sua verità), e quindi nella reazione di Cooper, si legge la stessa identica indicazione: che il nome ed il suo travaglio rimangano un fatto privato, interiore. Che il nome (proprio) non tocchi (non deturpi) l’immagine pubblica del nome. Nell’ambito della veridicità del loro nome proprio, dirà Cooper, vi sono stati, nella storia, uomini che hanno compiuto terribili misfatti –  crimini delitti scelleratezze che la mente del fiero sfrontato arrogante Pete non può nemmeno provare ad immaginare. Non Pete; Pete non è in grado di comprendere che cosa si celi dietro ad un nome. Pete legge solo la storia superficiale, quella dei registri e delle anagrafi consultate attraverso l’amico che lavora al Dipartimento della Difesa per scoprire la vera relazione tra Don Draper ed il suo nome. Pete non può capire che il nome è una delle forme attraverso le quali si manifesta la legge, o forse meglio, la normatività.

Nemmeno Don, in un primo momento, riesce a coglierne le implicazioni profonde.

Il fatto è molto semplice: il nome corrisponde ad una determinazione normativa; viene im-posto perché nel nome del nome (si perdoni il giuoco) si possano compiere determinati atti, i quali rimarranno, tutti, nell’area semantico-normativa che sta intorno e nel nome.

Curioso il fatto che sulla scatola che conteneva le foto, Adam avesse sbagliato di scrivere il nome di Donal Draper: “Donild”. Adam non era riuscito a comprendere l’area semantico-normativa del nome di Don perché non aveva capito chi fosse realmente Don. Adam conosceva solamente Dick, il suo fratello Dick, intravisto come un fantasma sul convoglio che ne trasportava, paradossalmente le spoglie. Quel convoglio trasportava Donald Draper e Dick Whitman: l’uno in una bara e l’altro in qualità di accompagnatore. Ma chi era Don? Chi Dick? Chi era vivo? Chi era morto? Nella realtà, in quella realtà che corrisponde alla semantica normativa del nome proprio, Dick era veramente morto al posto di Don, e Don era veramente vivo grazie al sacrificio di Dick – perché quello di Dick era un vero sacrificio, un martirio. Il sacrificio del nome, la rinuncia alla normatività che dallo stesso derivava, l’appropriazione di una normatività diversa, forse più vantaggiosa.

Mad_Men_Copywriter_BalenaLabIII. Ma qual è l’area relazionale della normatività legata al nome di Don Draper?

Rachel, che non vuole scappare e cambiare nome (vita, lavoro, status), non è a conoscenza del vero nome di Don – anche se Rachel, per ammissione di Don, è colei che lo conosce meglio: ma chi conosce veramente? Don? Dick?

Betty non conosce che Don, non conosce che l’immagine del suo Don, quell’uomo a cui lei ha attribuito quelle sembianze, che si trova a condividere con lei quel letto, quella casa, quella vita, quella normatività – non può nemmeno immaginare che esista un altro Don (Dick), un altro nome, un’altra vita, un’altra casa e un’altra legge al di fuori di quelle di Don. Non ancora. Ci sarà un tempo, non troppo lontano, in cui Betty conoscerà altri nomi, altre norme, altre vite. E sarà un’altra Betty ad emergere.

La Sterling Cooper, nella persona di Cooper, ha un solo interesse: che Don (non importa quale Don, quello vero o quale falso: quello che sta in quella stanza in quel momento) rimanga nella stanza che porta il suo nome – nell’arena in cui si manifesta la sua normatività.

Pete conosce solo l’esteriorità del nome di Don, il suo aspetto esteriore. Ma non comprende il senso interiore del nome di Don – cosa che la stessa Trudy, esperta conoscitrice degli uomini, gli rimprovera, surrettiziamente.

E Don, che cosa ne sa del suo vero nome?

IV. Vi è un momento di svolta nella narrazione, che è il caso di ricordare.

Don decide di rifiutare la candidatura di Pete per il ruolo di capo del settore vendite. Pete lo minaccia allora, in camera caritatis, di rivelare la sua vera identità e lo invita a riprendere in considerazione il suo nome per quel prestigioso ruolo. Pete ha bisogno di soldi e dell’affermazione personale e professionale, dell’indipendenza esistenziale che gli darebbe una promozione. In qualche modo anche il sottomesso Pete ha bisogno di rinascere con un altro nome. Allora Don, che si sente braccato, decide di recarsi da Rachel per invitarla a scappare. Ma a Don non interessa scappare con Rachel. Don vuole solo scappare, cambiare legge. Rachel quindi rifiuta la proposta fuorilegge di Don. In quel momento nel protagonista si insinua una certezza che assume forza e vigore man mano che si avvicina a Madison Avenue ed al suo ufficio (cioè man mano che si avvicina alla sfera normativa che gli è propria, che gli offre sicurezza e rifugio). Don è certo di sé, cioè è certo del suo nome, capisce di essere quel nome, di rappresentare quella legge, quel contesto, e con quella superiore convinzione si dirige senza tema nell’ufficio di Cooper, accompagnato da Pete che teme un colpo di scena.

Don non rivela a Cooper la sua vera identità, come ci si potrebbe aspettare: non ha bisogno di farlo. O meglio, la sua scelta, la sua stessa scelta, cioè l’imposizione della sua normatività agli altri (la selezione di Duck Phillips in qualità di capo del settore vendite) è già una confessione: il suo nome è Don – lo dicono le sue azioni, lo rivela la sua condotta. Non occorre aggiungere altro. Il nome di Don, la sua validità, l’ambito della sua normatività, semplicemente accade manifestandosi. È chiaro a tutti, in quello stesso brevissimo momento, anche ai telespettatori, che l’incertezza sul nome, sulla sua normatività, viene completamente azzerata. Da quel momento in avanti tutto sarà riportato ai fasti della certezza (giuridica).

Nel nome di Don.

E improvvisamente tutte le situazioni che parevano appese a quell’alito pericoloso emesso dall’illegalità che derivava dall’incertezza sul nome, si risolvono.

Kennedy vince le elezioni.

Duck viene scelto come capo del settore vendite.

Peggy scoprirà di essere incinta.

Harry verrà temporaneamente lasciato dalla moglie, dopo averla tradita nel crepuscolo delle indeterminatezze, con la segretaria di Pete.

Pete perde definitivamente la guerra contro Don, ingaggiata sin dalla sua assunzione. Perde quando viene fatto entrare nell’area di vigenza del nome di Don e della sua legge. E da quel momento Don diviene per lui un riferimento normativo e comportamentale.

Francine scopre che il marito la tradisce.

La notte in cui Nixon non vince le elezioni, infatti è l’apice dell’indeterminazione, il vertice di ogni illegalità, di ogni incertezza sull’area di vigenza semantica della normatività.

Don non fa che riportare un nuovo equilibrio, accettando la sua morte, si direbbe quasi, con gusto del paradosso, facendo vivere la sua morte – la morte di Dick, cioè – e vivendo finalmente in modo pieno ed esclusivo la sua vita. La vita di Don.

V. Nessuno sa, gli suggerisce, sospettoso, lo scaltro Cooper, quale sia l’origine della lealtà.

Nessuno sa, si capisce, per estensione, quale sia l’origine dei nomi.

Nessuno sa, analogamente, quale sia l’origine della legge.

Però intanto c’è, accade, si manifesta, ed è caratterizzata dalla sua spietata crudele effettività. Tutto Mad Men pare costruito intorno a questa concezione della storia e dell’esistenza umana che in quella storia si rivela. Quella spietata crudele effettività che pro-duce la storia, e nel volto della quale non bisogna guardare direttamente, se non si vuol rimanere pietrificati come accade a chi osa guardare direttamente il volto di Medusa.

Come accade a Pete, che aprendo la scatola che contiene le fotografie di Dick Whitman osa guardare direttamente il nome di Don e ne rimane pietrificato, raggelato, perdendo quasi la voce.

Come accadrebbe a Don, se osasse licenziare Pete – disconoscendo che Pete stesso fa parte della sua normatività, vi è inserito.

[1] Ci si riferisce principalmente all’episodio Nixon contro Kennedy, Mad Men, 1X12, 2007.

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