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Tommaso Gazzolo

Sull’atto terroristico

Condizioni di possibilità.

Prima ancora di chiedersi che cosa sia il terrorismo – come se esso fosse già dato, già presente (laddove è proprio questa presenza del presente, forse, che il terrorismo mette in questione, con la sua temporalità rapida e lenta, con la sua attualità) –, bisognerà passare per un’altra domanda: a quali condizioni (teoriche) è possibile un «atto terroristico» e, attraverso di esso, un discorso terroristico, una minaccia terrorista?

Ciò non andrà, certamente, senza la costitutività, la performatività del linguaggio: ci sarà stato “terrorismo” soltanto in forza di un discorso che abbia definito “terroristi” gli autori di una serie di atti. Ma ciò non risponde alla questione, che infatti chiede propriamente cosa renda possibile quel tipo particolare di “atto” – quello piuttosto che un altro: perché definirlo terroristico, e non altrimenti?

Bisognerà, allora, cominciare a pensare come si costituisca il nodo che tiene insieme le diverse condizioni, i “dispositivi”, le regole di formazione, concatenazione di quel particolare discorso. Quali sono le condizioni del discorso terroristico (che è sempre il discorso sul terrorismo ed il discorso che il terrorismo fa di se stesso)?

Sono note le difficoltà cui vanno incontro le definizioni legali di “atto terroristico”, le quali finiscono per rendere impossibile proprio la distinzione tra l’atto che vorrebbero definire e tutti quegli atti, quelle misure che delineano per poterlo contrastare. Ma questa difficoltà, forse, è propria dell’atto terroristico in se stesso.

L’atto come impossibile.

In linea generale, diremo che ciò che rende un atto (una strage, un omicidio, etc.) terroristico, e non semplicemente un “delitto”, un “crimine”, è – prima ancora che il discorso politico o ideologico che lo attraversa (la cui funzione dovremo analizzare) – la sua impossibilità.

Ciò che terrorizza, che rende l’atto «terroristico», è infatti il fatto che esso, più che essere accaduto (ma: proprio perché accaduto), può sempre ancora accadere, in qualsiasi circostanza, tempo, luogo. Ciò che “terrorizza” nel fatto che una bomba esplode in un ristorante di Parigi è che – da quel momento in poi – un’altra bomba potrebbe esplodere in qualsiasi locale di Milano, Monaco, o della cittadina stessa in cui viviamo.

Abbiamo parlato di “impossibilità”, allora, perché questa temporalità futura dell’atto terroristico è resa possibile dal fatto che esso avviene, accade come impossibile, come ciò che non era in alcun modo prevedibile, atteso, che irrompe al di là di ogni orizzonte possibile di anticipazione. Era impossibile che succedesse (e proprio per questo è successo)!

Le riflessioni sul terrorismo di autori come Derrida e Baudrillard hanno molto insistito su questo punto. Ciò che, tuttavia, occorre ora pensare è che questo atto impossibile, per essere tale – ossia terroristico – , è sempre costretto a cancellarsi, a negarsi. Questo atto, infatti, è tale soltanto in quanto terroristico, ossia in quanto attraversato da una serie discorsiva che lo legittima, lo definisce, lo giustifica in quanto «atto terroristico».

Se a far esplodere una bomba nel ristorante, o a sparare casualmente su una folla, fosse un «malato di mente», uno dei pur tanti «erostrati», «fanatici isolati», questo atto non provocherebbe alcun terrore. Esso sarebbe sì avvenuto come impossibile, ma non aprirebbe alcuna minaccia, alcuna temporalità altra. Dopo Breivik, nessuno ha avuto paura che stragi analoghe potessero, da quel momento, accadere ovunque e senza ragione. Solo in quanto siano stati dei terroristi – solo in quanto un discorso li renda tali – ci potrà essere atto terroristico.

La difficoltà appare ora più chiara: per essere tale, l’atto terroristico deve accadere come impossibile, e dunque, almeno idealmente, senza-ragione, senza che fosse possibile, ma esso, al contempo, non potrà essere stato un atto terroristico se non dando ragione del suo accadere, e quindi rendendolo possibile. Così l’atto – che pure, per esser tale, doveva essere impossibile – è sempre stato possibile.

L’atto puro.

Bisogna pensare più a fondo questa contraddizione. Da un certo punto di vista, il terrorista “puro” – ci si passi l’espressione – è colui che sogna di realizzare un atto in senso stretto impossibile: di realizzare, cioè, un atto e niente altro che un atto, senza passare per la mediazione di un discorso, di una parola (che, come tale, lo renderebbe anticipabile, prevedibile, in quanto il linguaggio funziona sempre come orizzonte di senso – per questo aggiungiamo: se il terrorismo può essere nichilista, non lo è che secondariamente. Il nichilismo, in quanto introduce il senso della mancanza di senso, è già un discorso, è già inscrizione del reale nella realtà, come vedremo).

Sogna, cioè, un atto che sia direttamente reale (nota. Dobbiamo recuperare, qui, la distinzione lacaniana tra reale e realtà. Il reale non è la realtà, ma è l’esatto opposto. E’ ciò che irrompe nella realtà  – che è l’ordine simbolico del linguaggio in cui viviamo – in quanto impossibile, ciò che accade proprio perché impossibile, e che in tale eccesso resta sempre inspiegabile, al di là di ogni discorso che lo possa significare).

Il terrorista è, da questo punto di vista, colui che sogna un atto che non passi attraverso la parola, la mediazione dell’ordine simbolico, che sia un “buco”. Una bomba che esplode durante una festa, un uomo che entra in una carrozza di un treno e comincia a far fuoco sui passeggeri, sono sempre dei “buchi” nella realtà, in quanto inassimilabili rispetto ad ogni senso. Il problema, però, è che, come tale, questo atto non sarebbe terroristico, perché non sarebbe nulla: sarebbe il niente che irrompe, senza significato.

Per questo il terrorismo sarà il tentativo discorsivo di giustificare quell’atto senza ragione, quell’atto sottratto alla parola (ad ogni ideologia, rappresentazione, significazione), quell’atto impossibile senza il quale non ci sarebbe mai stato “terrorismo”, perché senza di esso nessun  “terrore”, nessuna temporalità futura si potrebbe produrre.

Ritorniamo a questo movimento di cancellazione, che stiamo continuamente cercando di delineare: affinché l’atto sia accaduto come impossibile, il terrorismo è costretto a giustificarlo, a legittimarlo attraverso la parola (è sempre la parola che separa il terrorismo da quello che solitamente chiamiamo il “gesto di un folle”). Ma così facendo il discorso terrorista è costretto a rendere possibile l’impossibile, e dunque a negarlo come tale.

Una “stagione” di terrorismo, dunque, dura, si protrae finché riesce a produrre l’impossibile come sempre possibile, ossia come l’impossibile che può costantemente ritornare, accadere, ovunque; è invece storicamente superata quando questo impossibile diventa, semplicemente, possibile, ossia quando cessa di essere impossibile, per divenire una possibilità reale,  qualcosa che è già presente come possibile, già attesa e prevedibile.

nota. Il terrorismo è storicamente superato – il che non significa che non possa, talora anche efficacemente, proseguire per un certo periodo – nel momento in cui ogni suo nuovo atto non appare più come impossibile, come irruzione del nuovo, dell’imprevedibile, ma come ripetizione, come altro atto identico ai precedenti e, come tale, sempre già possibile. Da questo punto di vista, si potrebbe forse ripensare più a fondo la rilevanza storica di diversi fenomeni di terrorismo della recente storia europea. Per l’Italia, Giorgio Galli, pochi giorni dopo il rapimento di Sossi, notava che, mentre i «drammi della strategia della tensione scoppiavano improvvisi», già sin dalle loro prime rivendicazioni gli atti delle Brigate Rosse apparivano «molto “artificiali”: prevedibili, scontati, volti a provocare una sensazione di paura, ma senza sangue e senza morti». Certo, sbagliava: arrivarono presto anche il sangue e i morti. Ma, forse, non del tutto. Rispetto allo stragismo (1965-1974), il terrorismo brigatista era fin dall’inizio storicamente superato, più che per ragioni ideologiche, per il fatto stesso di essere già da sempre inscritto in un orizzonte di prevedibilità, anticipabilità, significatività.

Spontaneismo.

Per questa ragione l’analisi corretta del terrorismo è ancora quella che  Lenin chiamava spontaneismo, «sottomissione alla spontaneità». Dovremo, ovviamente, ripensare il termine, la definizione. Ma si può sostenere che spontaneismo significa, propriamente, l’illusione che il reale possa coincidere immediatamente con la realtà.

Il terrorista – per ora ci riferiamo all’individuo singolo (e dovremmo poi vedere come esso sia sempre, però, determinato dall’ideologia che se ne serve) –  è colui che pretende di realizzare direttamente il reale. E’ colui, cioè, che pretende di compiere un atto che sia immediatamente reale, che ciò si possa realizzare senza passare per il linguaggio, per la parola.

Da questo punto di vista, per il terrorista non si tratta mai di uccidere per cambiare la realtà, ma per abolirla, per farla coincidere con il reale («la tua purezza assomiglia alla morte, e la rivoluzione che sogni non è la nostra: tu non vuoi cambiare il mondo, vuoi farlo saltare»).

Un terrorista “puro” sarà sempre un assassino, e mai un rivoluzionario, perché egli vive nell’illusione di abolire la realtà, di sopprimere la distanza tra l’atto e le parole. Questa sarebbe, forse, la definizione appropriata e leninista dello «spontaneismo».

L’illusione consiste, dunque, nel fatto che, abolita la realtà, non resta neppure il “reale”, ossia che non c’è nulla dietro la realtà, non c’è neppure l’atto che il terrorista sogna di compiere. Tolte le “parole”, diremmo, non c’è alcun atto.

nota. Forse è il testo letterario, prima d’altri (filosofici, politici, storici) a pensare realmente questa illusione. Sotto tale aspetto, i romanzi di Conrad dedicati al terrorismo russo non muovono che da questa domanda: come è possibile raccontare, narrare un atto terroristico se esso non si situa che nel tentativo di cancellare la separazione tra atto e parola? Non si tratta di una domanda politica – Conrad è uno scritto: pensa per problemi letterari – ma di una domanda che, nel mettere in questione le possibilità di una scrittura, pensa forse a fondo proprio il problema del rapporto tra l’atto terroristico e il linguaggio. Si rilegga l’esordio di Sotto gli occhi dell’Occidente, che non fa che pensare il fallimento della stessa scrittura che inaugura, il fallimento del racconto: «le parole, è noto, sono il grande nemico del reale […] giunge il momento nel quale il mondo non è altro che il luogo delle molte parole, e l’uomo stesso è soltanto un animale dotato di parola, poco più sorprendente del pappagallo».

Qui si svela l’altro lato del terrorista, ciò che fa del terrorismo – anche quello dei giorni nostri – un fenomeno essenzialmente intellettuale. Il terrorista non è un uomo d’azione, ma un uomo di parole. Fallito sempre il tentativo di sopprimere le parola, il terrorismo si produce e riproduce con le sue minacce, rivendicazioni, comunicati, confessioni, riempiendo centinaia e centinaia di pagine, parlando e parlando di se stesso. C’è un’ironia del terrorista, di colui che non riesce mai davvero a “sporcarsi le mani”, perché le sue mani finiscono sempre per stringere soltanto  parole.

Ideologia.    

Lo spontaneismo indica, da questo punto di vista, sempre il fallimento della spontaneità stessa, ossia l’impossibilità di realizzare puramente l’atto. Nel terrorismo, l’atto è già da sempre “mancato” – e ciò proprio nel momento in cui è reso possibile, in cui è “realizzato”: è già parola, significato, già previsto, inscritto, marchiato dal linguaggio (“questo è un attentato terroristico”, “abbiamo compiuto un atto di terrorismo”, etc.).

E’ per tale ragione che non c’è terrorismo se non nel recupero di altri discorsi – l’islamismo, il nichilismo, l’anarchismo, etc. –.

Perché? Perché questi discorsi funzionano – per quanto paradossalmente – nel senso di restituire al terrorista l’atto che ha mancato.

Il discorso terroristico, pertanto, non è mai dimostrativo, quanto piuttosto tragico, «edificante», poiché la sua funzione (o almeno: la sua funzione primaria) non è quella di dimostrare le proprie ragioni, di “convincere” qualcuno, ma di far esistere l’atto nella sua purezza, di mostrare che il terrorista può compiere un atto senza ragione, in qualsiasi momento e luogo, senza motivazione, senza un discorso che lo rende possibile e anticipabile.

Ma il risultato di tutto ciò è che questo discorso non fa che ideologizzare l’atto stesso: non lo fa esistere come atto, ma come discorso, ideologia, retorica (per questo dovremmo capire: se il terrorismo riesce a convincerci che un atto terroristico possa avvenire in qualsiasi momento, in ogni luogo dove ci rechiamo, ciò avviene proprio in forza degli elementi secondari persuasivi del suo discorso, e non di quelli che abbiamo definito come edificanti. E’ la realtà del terrorismo, e non il reale che esso tenta di realizzare, a spaventarci: per questo proviamo paura, e non angoscia).

Dovremo dunque imparare ad individuare i diversi “nodi” discorsivi che rendono possibile il terrorismo – che avranno reso possibile, forse, una nuova “stagione” di terrorismo in Europa.

Certamente, il terrorismo può costituire un mezzo tattico, un’arma di lotta come altre, al servizio di una certa politica, di una certa ideologia. La nostra attualità non fa che insistere su questo punto. Ma ciò non significa che non esista una contraddizione che è propria di questa «tattica» e che definisce la relazione tra terrorismo e ideologia.

Infatti, se è vero che il terrorismo non esiste senza ideologia, è proprio nel suo farsi ideologico che esso si cancella. Per esistere, il terrorismo deve ideologizzarsi, ma questa ideologizzazione ne determina l’inesistenza, fornendogli una ragione per esistere. E’ il movimento che abbiamo già visto. Lo ripetiamo: è grazie all’ideologia che il terrorismo può realizzarsi, producendo l’impossibile come sempre possibile, ossia come l’impossibile che può costantemente ritornare, accadere, ovunque.

Ma questa realizzazione è contraddittoria, e giunge, necessariamente e proprio in forza del discorso ideologico che lo attraversa, sino al punto in cui questo stesso impossibile cessa di esser tale, per divenire una possibilità reale,  qualcosa che è già presente come possibile. Questo è il punto in cui il terrorismo, come “mezzo tattico”, cessa di essere storicamente rilevante.

Il terrorismo costituisce, certamente, un mezzo di lotta – e, in determinate circostanze, il ricorso ad esso può rivelarsi vincente. Eppure esso resta, in ultima istanza, in contraddizione con l’ideologia (senza la quale, pure, esso non esiste). Per questo non capiremo nulla finché continueremo a parlare di «terrorismo islamico». E poco serviranno le varie “diagnosi” sulla crisi dell’Occidente, sulla mondializzazione, e così via – sarebbe interessante, da questo punto di vista, rileggere alcuni dei testi che sono seguiti all’11 settembre, per riscontrarvi osservazioni e tesi smentite radicalmente da quanto è poi avvenuto. Capiremo forse il terrorismo, invece, soltanto pensando la  contraddizione ad esso interna, e seguendone il suo sviluppo.

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