image_pdfimage_print

Il sussurrare delle cose

I

Alzo gli occhi, distolgo lo sguardo dal testo scritto e mi ritrovo, quasi senza accorgermene, a contemplare il disordine delle cose che affollano il mio tavolo di lavoro. Vi sono dappertutto fogli e foglietti scribacchiati, libri, penne, un paio di occhiali che mi rifiuto ostinatamente di utilizzare, quel tabacco che testimonia una delle mie tante debolezze. E poi agende, adesivi, un contenitore in plastica per l’uva, una lampada per le ore più buie, segnalibri, evidenziatori. La serietà dello sguardo filosofico dovrebbe forse soprassedere, procedere oltre questa grezza materialità: inorganiche e senza vita, le cose che mi circondano ogni giorno sono mute. Il silenzio le definisce in quanto tali. I miei testi invece parlano e ad essi devo tornare se voglio ascoltare qualcosa.

II

Distrattamente urto la pila di testi alla mia destra. Cadono con gran rumore, fanno fracasso. In Massa e potere Elias Canetti, parlando della distruzione degli oggetti che accompagna ogni violenza rivoluzionaria, definiva il fracasso “l’applauso delle cose”. Le cose non sono mute: mi parlano nel momento stesso in cui le tradisco e, in che questo senso, mi richiamano all’attenzione. Secondo l’Heidegger di Essere e tempo ci accorgiamo del martello nel momento in cui smette di funzionare. Devo allora dar loro retta. Cosa avranno però mai da dirmi questi ammassi di materia destinati ben più di me, essere pensante e patente, all’impietoso scorrere del tempo? Non saranno forse distrutte senza che nessuno ne porti il lutto?

III

Segno su un foglietto una data, e mi domando cosa significhi usare una penna. Posso davvero arrogarmi una qualche sovranità su di essa? È vero, ho liberamente scribacchiato qualcosa, ma è altrettanto vero che non avrei potuto farlo se la penna non mi si fosse data in quel modo specifico. Nella dimensione della praxis, il rapporto soggetto-oggetto non è univoco, ma corre verso entrambe le direzioni. È vero, uso la penna, ma questo uso della penna si confonde ai miei occhi con il fatto che la penna si lascia usare. La penna in quanto oggetto mi apre allora un orizzonte di possibilità che scavalca la mia sovranità di individuo. Sono le cose a dare forma alle mie azioni, a sostenerle o a impedirle: la porta si lascia aprire ma non si lascia bere, il computer si lascia accendere ma non si lascia palleggiare. La mia libertà di muovermi nel mondo è determinata inesorabilmente dall’ordine delle cose. Sono le cose a implicare, in virtù della loro costituzioni fisica, un ventaglio di usi possibili. Solo dopo aver capito la mia sottomissione pratica alle cose riesco a mettermi in ascolto.

IV

Ecco che incomincia il loro sussurrare. All’improvviso mi rendo conto di quale meraviglioso e polifonico universo di senso il mio tavolo stia descrivendo, e rimpiango di non aver rivolto la mia fatica ermeneutica alle cose piuttosto che alle parole. Dirigo lo sguardo verso un pacchetto di tabacco maledettamente caro acquistato da un Tabacchi nei pressi della Bibliothèque François Mitterand. L’ipotesi del mutismo delle cose è oramai un’ottusa ingenuità. Quel pacchetto di tabacco mi rimanda non solo a quando l’ho acquistato, ma a quella vacanza di fine anno a Volterra in cui ho cominciato a fumare. E poi ancora, in un gioco di rimandi vertiginoso e potenzialmente coincidente con la mia stessa vita, a quando smisi di fumare per una ragazza che poi se ne andò. Un arabesco di fatti, eventi, volti, parole comincia a prendere forme mediante la semplice presenza delle cose. Ricostruita attraverso le cose che affollano il mio tavolo di lavoro la vita si fa rizoma, si articola in una miriade di vie di fuga e connessioni di cui non sono mai stato consapevole. Conosco me stesso attraverso il radicalmente altro da me: le cose.

V

Per usare in un altro contesto una definizione che Benjamin fornisce della moda, realizzo che le cose che mi circondano sono “balzi di tigre nel passato”. Una semplice occhiata mi trascina avanti e indietro nel tempo. Ecco gli occhiali che mi riportano a un’adolescenza fatta di una madre preoccupata per gli sghiribizzi della salute del figlio; ecco i taccuini acquistati qua e là (quello a Vienna, quello a Rijeka, quello a Salerno, quello a Torino, quello a Parigi) che disegnano tappe della geografia della mia vita, restituendomi una genealogia di luoghi; ecco quel libro che un amico mi ha regalato; ecco il portachiavi che mi riporta ai miei affetti domestici torinesi. Nelle cose che mi circondano si sedimenta un passato che solo grazie ad esse ridiventa presente, riattualizzato a ogni occhiata. L’esperienza è evidentemente proustiana, con la differenza cruciale che sono in grado di provocarla. L’inerzia ontologica delle cose è ricompensata dal loro essere l’archeologia della mia esistenza.

VI

Le cose non urlano, sussurrano. Il sussurro implica, da parte di chi lo ascolta, un’attenzione e un impegno maggiori rispetto alla semplice voce. Per ascoltare il sussurro si tende l’orecchio, si fa uno sforzo. Ci si protende (pro-tendere: andare in avanti). Ma il sussurro, ciò che media il silenzio e la voce, è sempre in balia dell’errore, come nel famoso gioco del telefono senza fili, in cui il messaggio iniziale può risultare stravolto dalla serie di passaggi che lo portano al destinatario finale. Le cose che ho sul tavolo mi possono aver mentito forse? Le ho male interpretate? Ho forse istituito relazioni fra le cose e il mio passato che non si sono mai verificate? Come non sono padrone del mio passato, non sono padrone di ciò che, solo, può riconvocarlo alla memoria. Non posso costringere le cose a parlare più forte. Ciò che le cose mi dicono del mio passato non può che essere una promessa di verità.

VII

Non facciamo altro che abitare un universo di cose di cui ci proclamiamo padroni assoluti. Abbiamo imparato a possederle e a fabbricarle, ma vivere senza di esse ci è impossibile. Come sa bene l’archeologia, l’unica disciplina ad aver fatto della cultura materiale il proprio oggetto di indagine, le cose sono l’incarnazione del nostro passato. L’organico è storico solo in virtù dell’inorganico.

VIII

Le cose sono il trascendentale materiale della nostra stessa vita. Il nostro primo respiro si è dato in quello che l’Husserl di Ideen definirebbe un “mondo di cose”. Esse sono esistite prima di ogni datità (si pensi al problema del tempo ancestrale descritto da Quentin Meillassoux in Après la finitude), esisteranno dopo ogni datità. Qualunque scenario apocalittico prevede l’inesistenza dell’umano e la bulimia delle cose, inerti e mute, ma pronte a ricominciare a sussurrare a qualcuno che dovesse trovarle, a raccontargli le nostre vite. Privilegio inaudito delle cose: sopravvivere ai loro costruttori ed esserne allo stesso tempo la testimonianza materiale. In una poesia ad esse consacrata, Borges esprimeva così questo paradosso: “dureranno più in là del nostro oblio, non sapranno mai che ce ne siamo andati” (Las cosas).

IX

Amare le cose non significa abbandonarsi a un feticismo patologico, ma celebrare il mistero dell’unione del tempo e della materia. Amo fortemente le mie penne, la mia pinzatrice, i miei quaderni, i miei appunti, la mia scatola per l’uva, la mia tazza sbeccata. Un giorno, restituendomi una volta di più quel rizoma che è la vita, mi sussurreranno i nomi delle mani che ho stretto, dei volti che guardato e delle labbra che ho baciato.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

image_pdfimage_print